La ricostruzione dello Stato

Dicembre 2017

Di Alfredo Reichlin.

Salvatore Biasco mi ha chiesto di esprimere un punto di vista sul significato di questo incontro. Cercherò di dire qualcosa brevemente. Stato, Politica, potere. Sono le parole. Ma esse non hanno più il vecchio significato. Io parto da qui per chiedermi se e in quale misura stiamo assistendo (insieme all’avvento di tanti fatti inediti) alla nascita  di una nuova soggettività.  E  mi  chiedo  se  su  di  essa possa  far  leva  un riformismo politico e istituzionale che non  sia  solo  un disegno  astratto. C’è una nuova  umanità che si sta formando (non solo in  Italia) e tutto  il vecchio rapporto tra la  politica la società e  le  persone nei  fatti  viene  già ridefinito.  Il  rischio  di  nuove svolte  autoritarie esiste  ma se  vogliamo  combatterlo  dobbiamo  sapere  che non  può reggere all’infinito questo vuoto tra  una base anonima di individui telespettatori e  il vertice  del potere. Non  è più accettabile  questo  disconoscimento  dei  soggetti sociali ridotti  a  mondo subalterno, senza  identità,  alla  mercè  di  un  potere  sempre  più oligarchico.  Se getto  uno  sguardo sul  ventennio  che  abbiamo  alle  spalle  questa  è  la  cosa che più mi colpisce: una sinistra senza popolo, il suo modo di governare sempre più dall’alto (parlo anche di noi).

Una chiacchiera infinita sui marchingegni elettorali e l’assenza di una corposa analisi politico sociale.  La  politica ridotta  al  gioco  del potere. Sto semplificando. Ma al fondo se voglio capire certe confitte non c’è bisogno di fare tutto l’elenco degli errori.  Basta prendere atto che da  molti anni è  in atto una violenta torsione della vita politica, con il passaggio dalla logica della rappresentanza a quella della cosidetta governabilità. La politica, si riduce all’osso, alle primarie. E’ così che si  è  aperto  un  fossato  tra la  sfera  sociale  e  quella  politica,  tra
il  potere  e  la rappresentanza. Verso quale riforma costituzionale andiamo se non si rimette in moto qualcosa di profondo, di un processo democratico partecipato, capace di  rimettere in gioco una  rete  di  forze,  di  soggetti,  di  culture,  in  un  lavoro  comune  che abbia al centro l’eguaglianza dei diritti sociali e civili? Se  ragione così, io non  credo  affatto che quello della sinistra è un mondo di reduci
destinati  all’isolamento  e all’impotenza.  Vedo  invece  un  grande  bisogno di  democrazia  e  di  partecipazione come ci confermano le appassionate rievocazioni di  Enrico Berlinguer in tutta  Italia. Esse  non  esprimono  solo  rimpianto  ma  una  nuova  domanda  politica  e  di  senso.

Il problema difficile è quindi come ci  posizioniamo  nel nuovo scenario, come  viviamo questa fase non come reduci di un tempo ormai tramontato, ma prendendo sul serio la sfida  del  cambiamento,  a  cominciare  da  noi  stessi  e  dal  nostro  modo  di pensare e  di agire. Non ci dimentichiamo che alla base di tutto c’è un grande fatto materiale. Esso è la  crisi  ormai  irreversibile  del  modello  di  sviluppo  di  questi  anni. Nessuno  può sapere quanto  tempo  un sistema così complesso  di  promesse  di  pagamento  (quale  è  il sistema  finanziario)  possa reggere senza un  ordine  politico  che  ne  garantisca  la sostenibilità in ultima istanza. Dopotutto è per questa ragione che l’Europa, con una moneta  unica  ma  priva  di  un  sistema  politico sovrano, resta nell’occhio del ciclone. La questione della  sovranità  è  il grande tema che  percorre  il  nostro  dibattito  nella consapevolezza  dei  processi  di  internazionalizzazione. Diventa quindi ineludibile la domanda se è ancora possibile pensare che la espansione finanziaria possa costituire la via principale dell’accumulazione capitalistica.

Se si risponde  di  no, come credo che si  debba  fare, è  inevitabile  che la grande politica debba tornare a interrogarsi sulla logica del   sistema produttivo nel senso di pensare a nuove forme di “accumulazione sociale e culturale”, intendendo con tale espressione la  cura e  la valorizzazione di quel patrimonio di  intelligenza e creatività che è il nuovo  valore di cui tutte le  società  sono  alla  ricerca.Non  sto a ripetere che  in un  mondo  sempre  più integrato  sul  piano  tecnico economico, a fare la differenza sarà il differenziale che deriva dalla qualità delle persone, dei luoghi e delle istituzioni. Sottolineo solo come evidenzia  il  fatto che  quella  piccola  minoranza  che  sono ormai gli  europei  avrà un futuro in  un  mondo  di  miliardi  di  persone solo se l’economia  tornerà  a  legarsi  alla società, sel ’accumulazione dipenderà sempre più  dalla  capacità di produrre  valore sociale, se  saremo  capaci  di  creare  nuovi  strumenti di  partecipazione  democratica in contesti a crescente complessità umana;se sapremo valorizzare lo spirito di iniziativa e  le  capacità  individuali,  oltre  che  la  bellezza dei  luoghi. Spero che Matteo  Renzi si muoverà  in  questa  direzione. So però che da qui c’è uno spazio enorme politico e culturale per una nuova sinistra. Tutto  il mio assillo è  uscire da polemiche  sterili e definire  un  nuovo  orizzonte storico, in cui le nuove generazioni  possano tornare a pensare il futuro e a sperare in un cambiamento possibile.

Credo  sia il  compito  più urgente  perché  è  chiaro  ormai che  la  crisi sta  intaccando  il  tessuto  civile  e  culturale  della  nazione. E’ questo il problema cruciale. E’ la necessità di creare una nuova soggettività politica, di ricreare un rapporto tra popolo e nazione. Ridare senso e ideali alla politica. Questo problema, nel Novecento, fu affrontato con la costruzione dei grandi partiti. E’ per mezzo di essi che  fu  possibile  coniugare  popolo e governo,  partecipazione  e  decisione  politica.  Fu un  fatto  grandissimo  ma  irripetibile  in  quelle  forme. In quali forme è pensabile adesso?  Questo è il tema ben più che  organizzativo che  merita  davvero  una riflessione seria. Ma  allora  bisogna  essere  molto  chiari.  Che  cosa  andiamo  cercando?  Un ennesimo  sgabello  per  le  ambizioni  di  un  leader?  Oppure  noi  cerchiamo come io penso la risposta all’interrogativo di che cosa ci sia dopo la  vecchia democrazia dei partiti e dopo la crisi della sovranità nazionale quale si era affermata in Europa con lo Stato Nazione? Il dilemma è chiaro. Ci rassegniamo all’idea che ormai c’è solo una forma  di  governo  più  o  meno  oligarchica  e  nei  fatti  schiacciata  dalle  logiche  di  un mercato  per  cui i  diritti sono  valutabili  solo  in  quanto  costi?

E’ una  discussione difficile  ma  inevitabile  dal  momento  che a  ben  vedere la  grande  difficoltà  che  ci  assilla  non  sta  tanto  nel    mettere  in  campo  un  ceto politico  più  efficiente  e  onesto quanto nella necessità di dotare le persone di nuove armi politiche e sociale capaci di contrastare  la  potenza  delle  oligarchie  con poteri meno fragili di ciò che resta dei partiti, dei  sindacati, della famiglia, dell’associazionismo, della sovranità degli Stati nazionali (il deserto che ci sta davanti). E’ una domanda difficile che però non può  essere evitata. Dove sta  la “potenza” democratica, cioè  il potere degli  uomini di essere liberi e di governare la propria vita in una società molecolare dove non ci sono più i vecchi blocchi sociali? Questo è al fondo il problema della politica moderna.

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