Funzione continua scelta di equità: Poche aliquote concentrano il peso sul ceto medio

Ottobre 2020

Sulla riforma dell’Irpef è in corso una polemica nella maggioranza che contrappone PD e Italia Viva, che si oppone al cosiddetto “modello tedesco”, cioè a un meccanismo che consentirebbe a ciascun contribuente di sapere quale è il suo debito di imposta in base ad una (implicita) funzione matematica continua, senza ricorrere al calcolo in base a scaglioni di reddito successivi. Le modalità di calcolo non rappresentano il problema principale della nostra imposta sul reddito funestata da miriadi di detrazioni e deduzioni e dall’esclusione, totale o parziale, dalla base imponibile di intere categorie di reddito: redditi da capitale, fabbricati, attività agricola, ecc., tuttavia esse sono tutt’altro che irrilevanti.
 
Il vantaggio principale di una funzione continua delle aliquote medie è che renderebbe molto più difficile, sia per il Governo che per il Parlamento, manipolare scaglioni, detrazioni e aliquote per favorire alcuni segmenti di contribuenti non avendo le risorse per effettuare modifiche razionali e rispettose della logica dell’imposta. È il caso delle detrazioni decrescenti, e dei bonus introdotti dal Governo Renzi e reiterati dal Conte II, che hanno l’effetto di stravolgere la struttura dell’imposta creando scaglioni ed aliquote impliciti che rendono il prelievo molto poco trasparente. Oggi per un lavoratore dipendente senza carichi di famiglia le aliquote legali sono 5 (23, 27, 38, 41 e 43), ma quelle effettive sono in realtà 8 (0; 27,51; 31,51; 45,05; 60,82; 41,62; 41; 43), con aliquote marginali non solo crescenti, ma anche decrescenti (il che dovrebbe rappresentare un paradosso inaccettabile per chiunque) e con salti di aliquota tra scaglioni che raggiungono i 15 punti percentuali, con effetti perversi sugli incentivi a lavoro, evasione, elusione.
 
L’aliquota continua eviterebbe questo tipo di manipolazioni introdotte più o meno consapevolmente, in quanto essa avrebbe un andamento regolare, uniforme, per cui all’aumentare del reddito il prelievo aumenterebbe con la gradualità desiderata. Ma a ben vedere proprio questo è il punto (politico) del contendere. Italia Viva pensa ad un’imposta con un’unica deduzione eguale per tutti e solo tre ampi scaglioni e contesta “l’ossessione per la progressività” dei fautori del sistema tedesco. Naturalmente il problema non è collegato alla “continuità” delle aliquote, dato che una funzione matematica può essere disegnata in modo da rispettare qualsiasi andamento della progressività effettiva che si desideri, bensì al tipo di progressività che si desidera in realtà. Le imposte piatte, con una sola o poche aliquote hanno la caratteristica di concentrare il prelievo, a parità di gettito, sui ceti medi tassando di meno i più ricchi. Il Governo, invece, desidera (giustamente, a mio avviso) ridurre l’imposizione sui ceti medi, tra i 20-25 mila euro e i 50 mila euro che oggi risultano particolarmente danneggiati dall’andamento erratico delle aliquote effettive che derivano dall’andamento stravagante di aliquote e scaglioni. Questa è la vera materia del contendere.

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