Elementi per un programma progressista

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Novembre 2017

Premessa: Dopo 10 anno dall’inizio della grande crisi finanziaria la ripresa è arrivata e coinvolge simultaneamente quasi tutti i Paesi OCSE. Tuttavia sarebbe errato pensare che l’economia mondiale sia tornata alla normalità su un sentiero di crescita stabile e sicuro. Infatti la crisi del 2007 è stata il segnale di una difficoltà strutturale del capitalismo liberista che è ben lontana dall’essere assorbita per il semplice fatto che, nelle condizioni attuali, non è possibile.

 La crisi ha certificato infatti che il sistema non è più in grado di produrre una crescita forte e stabile nel tempo. Al contrario esso ha bisogno di stimoli artificiali creati da una leva finanziaria crescente che ha coinvolto, e coinvolge, famiglie ed imprese creando “bolle” che alla fine sono destinate ad esplodere in modo catastrofico. Le banche hanno dominato (e dominano tuttora) la scena guidando una finanziarizzazione senza limiti dell’economia. Le imprese hanno smesso di investire e hanno perso completamente l’orizzonte del lungo periodo. La dinamica della produttività è deludente nonostante internet, l’economia digitale, i big data, ecc. L’occupazione langue; anche nei Paesi in cui la disoccupazione appare minore, una quantità impressionante di lavori sono precari, a tempo parziale o stagionali, insicuri e pagati poco. Le retribuzioni reali sono pressoché ferme da più di un decennio. Le classi medie che tradizionalmente sono state il pilastro della stabilità politica e sociale, sono state duramente colpite e tendono a radicalizzarsi politicamente. La diseguaglianza cresce ed ha raggiunto livelli elevatissimi che non sono il frutto di meriti particolari o eccezionali, ma da posizioni di monopolio e da estrazione artificiale di valore da parte dei managers e dei mercati finanziari. Nella parte inferiore della distribuzione la diseguaglianza si traduce in povertà, assoluta e relativa.

 Come dopo la crisi del 1929, anche oggi si discute seriamente di “stagnazione secolare” come prospettiva per le economie occidentali. Oltre all’instabilità economica crescente, alla disoccupazione e alla sotto-occupazione, le economie contemporanee non sono in grado di gestire il problema dell’inquinamento, del riscaldamento globale e della transizione energetica. Lo stesso si può dire del fenomeno dell’immigrazione. Sul piano politico tutto ciò produce insicurezza e paura e si traduce in una pericolosa instabilità e radicalizzazione. Al di là della ripresa attuale, le questioni indicate rimangono aperte, in quanto derivano dal modello di sviluppo attuale all’insegna del liberismo senza freni e di una globalizzazione non governata. Per questi motivi la sinistra politica deve abbandonare l’adesione alle politiche neo liberali e riformulare i propri programmi cercando di fornire di nuovo rappresentanza politica e tutela ai ceti popolari che oggi si sentono abbandonati e si rivolgono alla destra e al populismo. Va abbandonato l’alibi della tutela dei diritti civili, e ricominciare ad occuparsi anche dei diritti e delle sofferenze sociali.

Si tratta di un compito che richiede un impegno culturale e politico di lunga durata e anche di programmi  che non possono essere realizzati pienamente in un solo Paese, ma fin da subito occorre individuare elementi di discontinuità programmatica che indichino la nuova direzione che si vuole intraprendere.

 

Europa

Vanno respinte le posizioni isolazioniste, nazionaliste e sovraniste che esistono anche all’interno della sinistra. Esse appaiono velleitarie e sostanzialmente autolesioniste. Fuori dall’Europa non vi sarebbe un futuro per l’Italia. E’ vero che la gestione attuale dell’Europa rischia di rappresentare una gabbia per molti Paesi, soprattutto per quelli mediterranei, e che le politiche di austerità e la gestione dell’eurozona hanno creato stagnazione e disoccupazione per tutti i Paesi non core, ma le alternative vanno cercate e trovate sul piano politico. Se questo non sarà possibile si creeranno scenari nuovi, pericolosi ed inediti che però riguarderanno tutti i Paesi e dovranno essere gestiti congiuntamente. Per il momento è necessario rafforzare la nostra presenza in Europa, avanzare proposte credibili, costruire alleanze, uscendo dalla logica della richiesta continua di flessibilità che è sintomo di debolezza e di non affidabilità del Paese.

Non va consentito l’inserimento nei trattati del fiscal compact, ma rilanciata la necessità di esclusione dal calcolo dei disavanzi degli investimenti certificati sulla base di regole comuni europee. La possibilità di arrivare ad escludere gli investimenti in infrastrutture europee e in tutela ambientale non è irrealistica.Va ribadito che se si richiede ai Paesi in deficit commerciale di porre in essere politiche atte a ridurlo, ai Paesi in surplus (Germania in testa) andrebbe richiesto di espandere le loro economie. Va avviata e sostenuta una azione di contrasto concertata, permanente e progressiva contro i paradisi fiscali e l’utilizzo che ne fanno le grandi banche e gli operatori finanziari. Va combattuta l’elusione fiscale delle multinazionali (non solo quella delle società del web). Va spiegato che se si vogliono minimizzare i rischi finanziari all’interno dell’eurozona, la condivisione dei rischi stessi è lo strumento più efficace, anzi l’unico (come dimostra la famosa affermazione di Mario Draghi sul “whatever it takes” che da sola è stata sufficiente a stroncare la speculazione e ad evitare interventi di salvataggio a carico della Comunità).

La condivisione dei rischi non può essere limitata solo all’unione bancaria, ma va estesa per esempio alla disoccupazione (assicurazione), all’immigrazione e anche al debito pubblico. In proposito vanno riprese la proposta di un redemption fund europeo (Visco e “saggi” tedeschi), e sostenuta la recente proposta di Marcello Minenna che appare preferibile sia perché strettamente “di mercato”, sia perché non riguarda il debito pregresso. Va ribadito comunque che in presenza di una moneta unica è necessario che vi sia un unico tasso di interesse per tutti i Paesi e che questo deve essere un obiettivo della BCE. In questo contesto Paesi come l’Italia dovrebbero assicurare un impegno a stimolare una crescita più elevata ed una progressiva riduzione del debito pubblico.

Vanno sostenute le posizioni a favore del metodo comunitario rispetto a quello intergovernativo, e appoggiate le proposte di integrazione delle politiche della difesa (che consentirebbero anche di ridurre le spese militari) , di quelle ambientali, ecc.

 

La finanza pubblica, la spesa e le tasse

La sostenibilità della finanza pubblica è indispensabile. E a tal fine la riduzione debito pubblico è prioritaria. Da questo punto di vista l’obiettivo principale è quello di aumentare la crescita (il denominatore del rapporto debito/PIL). Ciò si può fare anche all’interno dei vincoli del fiscal compact (che comunque andrebbero modificati), concentrando le risorse disponibili su spese di investimento ad alto moltiplicatore abbandonando le politiche dei bonus, degli incentivi per le assunzioni e più in generale le politiche dell’offerta che potevano essere utili 20 anni fa, ma che oggi appaiono anacronistiche e dannose. I settori su cui intervenire sono molteplici: messa in sicurezza del territorio, risorse idriche, scuola sanità trasporti, ICT, ricerca e sviluppo… A questo proposito vanno attentamente valutate le ragioni per cui in Italia il ciclo delle opere pubbliche è mediamente di 9 anni, per rimuoverle in modo da utilizzare tempestivamente le risorse disponibili e stanziate. Non va dimenticato che un Paese con un debito pubblico molto elevato e con tendenza a crescere o a rimanere costante è molto vulnerabile a cambiamenti di umore dei mercati, e può diventare oggetto di speculazioni molto pericolose. La responsabilità principale del Governo Renzi è quella di averci lasciato in una zona di pericolo e di non essere riuscito a stabilizzare la finanza pubblica italiana.

Stando così le cose, la dinamica della spesa pubblica va attentamente e sistematicamente monitorata. Vanno evitati tagli al welfare e ad altre spese che influiscono sul benessere e la qualità della vita  dei cittadini, ma la dinamica della spesa pubblica va mantenuta sotto controllo. Da questo punto di vista    occorre prendere atto che l’approccio spending review difficilmente potrà fornire risultati ulteriori. Risparmi potranno essere ottenuti soltanto in un contesto di riorganizzazione dei singoli settori della pubblica amministrazione secondo una logica di veri e propri piani industriali specifici, abbandonando l’approccio organicistico con cui normalmente si affrontano in Italia le riforme della PA.

Andrebbero rivisti ed adeguati tutti i canoni di concessione dovuti al settore pubblico. In tale contesto, l’obiettivo della riduzione delle tasse che sembra prioritario nella strategia del PD, appare del tutto fuori luogo, anzi velleitario, soprattutto in previsione di un probabile aumento dei tassi di interesse, (senza dimenticare che lo slogan “meno tasse per tutti” è  l’obiettivo politico fondamentale delle destre di tutto il mondo). Inoltre l’obiettivo della riduzione delle tasse è strumentale al fine vero di queste politiche che è la riduzione della spesa pubblica e del sistema di welfare.

Il problema fondamentale del fisco italiano è la riduzione dell’enorme evasione fiscale di massa che lo caratterizza. E’ possibile ridurre drasticamente questa evasione adottando misure da tempo proposte (Nens), e introducendo un sistema di ritenute generalizzato per tutti i redditi (Nens e Visco). In pochi anni sarebbe possibile recuperare somme molto consistenti (tra i 50 e i 100 miliardi di euro) risolvendo una volta per tutte il problema, e destinando queste somme alla riduzione delle imposte sul lavoro e sulla produzione. Non esistono altre strade. Ogni ipotesi di imposta piatta (o con poche aliquote) va respinta perché beneficia i ricchi e penalizza le classi medie; occorre invece tornare a sistemi di progressività efficaci ed effettivi. Il modello tedesco di un’Irpef graduata secondo una funzione matematica continua può essere preso in considerazione. L’incidenza dell’Irpef va fortemente ridotta; e va introdotto uno strumento unificato di detrazioni fiscali e assegni familiari, in modo da superare il problema dell’incapienza e uniformare il sostegno alle famiglie.

Nel contesto del recupero dell’evasione l’Iva può essere riorganizzata su due sole aliquote (5 e 18-19%). Il prelievo sui redditi da capitale e patrimoniali andrebbe sostituito ed unificato in una imposta personale progressiva sul patrimonio complessivo (mobiliare ed immobiliare) con aliquote contenute e minimi imponibili adeguati in moda da contribuire ad una ragionevole progressività del prelievo. Andrebbero tassati gli azionisti e non le imprese. L’imposta sulle successioni va riformata e resa efficace come strumento di redistribuzione. Vanno mantenuti minimi imponibili elevati in modo da escludere i patrimoni dei ceti medi, e introdotti incentivi che facilitino la trasmissione dei patrimoni tra più eredi, anche fuori dal nucleo familiare. L’obiettivo deve essere la redistribuzione della ricchezza e non un prelievo radicalmente punitivo.

Negli ultimi 20-30 anni la distribuzione del reddito è fortemente cambiata a favore di profitti, rendite, royalties, e a scapito dei redditi di lavoro. Ciò determina uno sress fiscale molto forte per i redditi di lavoro nel momento in cui il sistema di welfare si basa prevalentemente sul prelievo su di essi. Se si riducono i lavoratori e aumentano i robots nella produzione, si riducono i salari e aumentano i profitti. Occorre quindi “tassare i robots” spostando il prelievo dai redditi di lavoro all’intero valore aggiunto. In questo modo il prelievo a fini contributivi si potrebbe ridurre dal 33% al 16-17%, con una fortissima riduzione del cuneo fiscale e del costo del lavoro. Le imposte sull’energia vanno razionalizzate in una logica di carbon tax.

 

Il lavoro

Le politiche del lavoro adottate in Italia e in altri Paesi negli ultimi anni si sono poste l’obiettivo di aumentare la flessibilità del mercato e di ridurre il costo del lavoro (cuneo fiscale). Classiche politiche dell’offerta volte a ridurre le tutele e il potere dei lavoratori e dei sindacati, ma che non sembrano in grado di risolvere il problema della mancanza e precarietà del lavoro. In Italia il job act e le massicce misure di sgravio fiscale e contributivo non hanno prodotto un aumento dell’occupazione stabile bensì di contratti a termine. Sono quindi necessari interventi in controtendenza.

Vanno eliminate le forme contrattuali più precarie, e i contratti a termine privi di casuale, il lavoro precario deve essere più costoso per l’impresa rispetto a quello stabile, e vanno introdotti elementi di costo aggiuntivi per le imprese che non rinnovino o stabilizzino. i contratti a termine. Va introdotto un salario o un compenso minimo per i lavoratori non coperti a questo fine dai contratti nazionali. Gli straordinari devono avere un costo orario sensibilmente più elevato rispetto al lavoro ordinario per ottenere una più razionale distribuzione del lavoro disponibile secondo parametri europei.

 

Va contrastata la diffusione di finti contratti part-time sottopagati che dissimulano impieghi effettivamente a tempo pieno, e vanno eliminati i finti stages.

Va riformata la normativa sull’assegnazione degli appalti con gare al massimo ribasso che producono condizioni di lavoro particolarmente dure.

A tutti i lavoratori che operano in Italia o con imprese italiane vanno applicati i contratti di lavoro italiani.

Va riformata la normativa sui licenziamenti.

Va eliminata la proliferazione delle false cooperative in cui i soci-lavoratori sono sottoposti a regole vessatorie.

Vanno riviste le normative che regolano il lavoro festivo, notturno e h24/7.

E’ necessario superare le discriminazioni cui è tuttora soggetto il lavoro femminile, e ridurre le barriere all’ingresso e alla permanenza nel mercato del lavoro che derivano dalle condizioni familiari e dalla cura dei figli.

 Il welfare aziendale non deve gravare sulla fiscalità generale.

Prevedere sanzioni per le imprese che delocalizzano gli impianti avendo ottenuto agevolazioni, detassazioni e contributi pubblici.

Superare il blocco del turnover nel pubblico impiego assumendo giovani con qualifiche elevate ed adeguate rispetto alle necessità dell’economia moderna (più ingegneri, matematici, economisti), e cambiare i curricula richiesti per il lavoro nella PA.

Valutare in sede europea la possibilità di introdurre sanzioni (dazi?) per le imprese straniere che non rispettino standards adeguati in tema di tutela del lavoro e dell’ambiente.

Stabilire per le imprese pubbliche e le organizzazioni e istituzioni pubbliche un rapporto accettabile tra retribuzione dei managers e retribuzione media aziendale, e prevedere per le imprese private che non rispettino tali standards indicativi, la indeducibilità fiscale delle retribuzioni in eccesso, o l’esclusione dalle gare per appalti pubblici.

Valutare la possibilità e la fattibilità di una riduzione e/o redistribuzione dei tempi di lavoro.

Riconoscere e valorizzare il ruolo dei sindacati approvando una legge sulla rappresentanza, cercando di superare la attuale tendenza alla frammentazione.

 

Politiche industriali ambientali e per lo sviluppo

Una consapevole politica industriale deve tornare ad essere centrale nell’attività di Governo. Non bastano misure di incentivazione e detassazione a pioggia, ma bisogna avere una strategia e una visione del futuro del Paese. Occorre restituire ai Ministeri dell’Economia e dello Sviluppo Economico il potere di indirizzo e coordinamento delle imprese controllate dalla Stato.

Le partecipazioni pubbliche andrebbero riunite in una holding con piena autonomia operativa (anche per quanto riguarda acquisizioni e dismissioni) che promuova investimenti a lungo termine, investimenti in settori innovativi e in ricerca e sviluppo col l’obiettivo di aumentare la produttività del sistema. Contestualmente il Tesoro dovrebbe rinunciare ai dividendi relativi che dovrebbero essere reinvestiti. Ulteriori risorse a questo fine dovrebbero essere ottenute sul mercato mediante una banca pubblica che dovrebbe affiancare l’attività della holding. Le iniziative non dovrebbero essere dispersive come oggi avviene con la Cassa Depositi e Prestiti, ma di dimensioni adeguate rispetto agli obiettivi.

Concentrare in un istituto centrale gli enti che operano nel campo della ricerca applicata e nello sviluppo pre-competitivo. Vanno individuati i settori di intervento prioritario e i finanziamenti vanno messi a gara tra le imprese.

Sviluppare gli istituti tecnici superiori post diploma ma non universitari.

Facilitare la capitalizzazione delle imprese secondo la logica della dual income tax (o dell’ACE), detassando gli utili portati a capitale (o a riserva) e aumentando la aliquota Ires in caso di distribuzione. Incentivare la proprietà stabile delle imprese prevedendo una maggiorazione dei diritti di voto per le azioni detenute per un adeguato periodo di tempo. Al tempo stesso eliminare la possibilità del riacquisto di azioni proprie utile solo ad aumentare artificialmente il valore di borsa delle società e conseguentemente i bonus dei managers.

Eliminare tutte le norme, regolamenti di varia natura (fiscale, amministrativa, locali, centrali) che oggi disincentivano la crescita delle imprese e favoriscono il nanismo aziendale. La produttività delle imprese troppo piccole è fortemente inferiore alla media.

Il rilancio del settore delle costruzioni è necessario per la ripresa della crescita. Oltre alla spesa pubblica per infrastrutture una politica di risparmio energetico molto determinata può fornire nuovo slancio al settore e soprattutto alla sua innovazione. Si tratta di programmare interventi di riqualificazione energetica su interi edifici (e non su singoli unità immobiliari) su tutto il territorio nazionale in modo da ottenere riduzioni dei consumi energetici dell’ordine del 60-70%. Esistono soluzioni finanziarie che consentono di effettuare questi interventi senza la necessità di anticipare il capitale necessario.

In questo contesto andrebbe incentivata la riqualificazione del settore delle costruzioni in modo da introdurre anche in Italia una moderna industria delle ristrutturazioni in grado di ridurre drasticamente costi e tempi. Pe quanto riguarda l’energia un ruolo centrale verrà dal fotovoltaico. Si dovrà passare dai 700.000 impianti attuali a 1-2 milioni di impianti collocati prevalentemente sui tetti degli edifici e collegati con batterie.

Per i trasporti l’obiettivo principale deve essere quello di convertire interamente all’elettricità il trasporto pubblico e fornire incentivi per l’acquisto di auto elettriche o ibride da parte dei privati. Occorre ancora affrontare la questione della mobilità urbana che richiederà una completa riorganizzazione e ristrutturazione del settore, sarà quindi necessario procedere con gradualità tutelando gli interessi degli operatori colpiti dal processo di innovazione.

Il rilancio della crescita in Italia passa in ogni caso per riforme profonde nel settore del “diritto dell’economia”. Mentre il Governo si è concentrato sul diritto del lavoro i mutamenti più importanti riguardano altri settori: diritto societario, fallimentare processo civile, diritto e processo amministrativo, concorrenza. La questione della concorrenza è decisiva. I profitti facili riducono la spinta delle imprese a cercare l’utile attraverso l’innovazione e l’aumento della produttività. E’ necessario evitare che le imprese ottengano il profitto dalla moderazione salariale, dalla debolezza del cambio e dalla spesa pubblica facile.

I crediti delle imprese nei confronti dello Stato superano i 60 miliardi. E’ possibile immaginare un programma di rapido smaltimento di tali crediti senza oneri per lo Stato, spingendo le imprese a ridurre l’evasione fiscale (Nens).

 

Welfare

Un welfare efficace è in via di principio un welfare universale, direttamente gestito dal settore pubblico. In alcuni settori il concorso di operatori privati può essere utili a fini di comparazione dei costi, così come nell’assistenza l’applicazione del principio di sussidiarietà può essere utile. L’idea, che ha anche sostenitori a sinistra, che i più ricchi possano fare a meno del welfare pubblico va respinta perché essa porta alla riduzione della qualità dei servizi. I più ricchi devono pagare più tasse per finanziare il welfare, ma devono avere lo stesso trattamento di tutti gli altri in modo da diventare i garanti della qualità.

A livello europeo va perseguita l’unificazione all’interno dell’Unione delle prestazioni universalistiche in materia di sanità, previdenza, istruzione, sostegno al reddito.

Va abolito il super-ticket sulle prestazioni sanitarie.

Contrastare l’impiego di lavoro precario o sottopagato nella sanità pubblica.

Contenere l’incremento della spesa farmaceutica introducendo categorie terapeutiche omogenee per le gare, modificando la definizione di innovatività dei farmaci, e consentendo la vendita di dosi individualizzate.

Sostenere la permanenza del malato nel domicilio in alternativa alla ospedalizzazione, e rafforzare le politiche integrate per l’assistenza mentale.

Adozione di un piano sociosanitario nazionale per la non autosufficienze e la definizione di un piano integrato di interventi a favore delle persone con disabilità.

Affrontare per quanto possibile la questione della durata dei brevetti.

 Rendere omogeneo il SSN su tutto il territorio nazionale anche promuovendo la collaborazione tra Regioni o prevedendo poteri sostitutivi nella gestione dei servizi. Favorire l’innovazione tecnologica nei servizi favorendo lo sviluppo di un’industria sanitaria nazionale.

Estensione del REI (reddito di inclusione) in modo da renderlo progressivamente uno strumento universale di contrasto alla povertà assoluta.

Costruzione di una rete di servizi per l’infanzia, e generalizzazione dell tempo pieno nella scuola dell’obbligo.

Riformare le regole per le pensioni future dei giovani con due finalità: superare il problema delle carriere discontinue e mantenere al tempo stesso un incentivo al lavoro (i contributi effettivi devono contare).

 Mutare le politiche per la casa dall’incentivo alla proprietà a quello della diffusione di abitazioni in affitta a beneficio dei giovani.

 

Immigrazione

Date le dinamiche demografiche attuali (e prevedibili) l’Italia deve fornirsi di una politica della immigrazione. Vanno definiti i numeri annui di immigrati da accogliere (al di là dei rifugiati), le loro caratteristiche professionali, le quote per Paese di provenienza. Va superata la Bossi-Fini.

Le politiche volte a controllare l’entità degli sbarchi possono essere condivise, a condizione che i migranti non siano lasciati in balia di organizzazioni criminali e di nuovi schiavisti. Vanno realizzati accordi con tutti i Paesi interessati, e va perseguito ed ottenuto il pieno coinvolgimento dell’Unione Europea superando il sistema di Dublino.

Va ripristinato il controllo diretto statale sui fondi di gestione dell’accoglienza e riformate le procedure di appalto per evitare corruzione e clientelismi e garantire percorsi effettivi di formazione linguistica e professionale.

Va eliminato il reato di immigrazione clandestina.

Va resa obbligatoria la ripartizione tra i Comuni dei richiedenti asilo in proporzione al numero dei residenti, fornendo idonei incentivi. Il modello di Riace può essere utile a diversi fini.

 

Mezzogiorno

Mentre si contestano le politiche europee punitive nei confronti dei Paesi mediterranei, le condizioni del mezzogiorno d’Italia, aggravate dalle politiche esplicitamente antimeridionaliste dei Governi di destra degli anni passati, vengono ignorate. Dopo 160 anni la questione meridionale rimane sul tappeto. Occorre affrontarla con una programmazione pluriennale.

Nel Mezzogiorno esiste una forte carenza di infrastrutture, dai porti agli interporti, dalla viabilità alla rete ferroviaria, dalla salvaguardia del territorio al risanamento delle periferie urbane, all’istruzione, ecc. Si tratta di investimenti ad alto moltiplicatore in grado di ripagarsi nel corso del tempo. Va quindi previsto in maniera vincolante che per i prossimi 10 anni il 60% degli investimenti pubblici sia destinato alle regioni meridionali.

Va prevista una regia nazionale per la gestione dei Fondi comunitari, e istituito un Fondo di rotazione per gli enti locali che trovano ostacoli nell’accesso ai Fondi UE già assegnati e non erogati dalle Regioni.

Vanno introdotti sportelli unici per le imprese per facilitare i rapporti con la PA.

Va aperta una trattativa in sede europea perché vengano riconosciuti e compensati gli extra costi relativi alla condizione di insularità delle nostre isole e soprattutto di quelle minori e più distanti.

 

Giustizia

Vanno consolidati i miglioramenti realizzati in sede di giustizia civile che sono ancora insufficienti.

Va rafforzato l’ufficio del processo per farla diventare un vero e proprio organo di programmazione dei lavori degli uffici giudiziari

Va rifinanziato in modo adeguato il capitolo di spesa delle cancellerie giudiziarie per superare definitivamente il blocco del turnover.

Va risolto il problema dei giudici onorari.

Va valorizzata ed estesa l’esperienza del tribunale delle imprese, introducendo tribunali specializzati in materia tributaria superando il sistema delle Commissioni tributarie.

In tema di giustizia penale fondamentale è il problema della prescrizione. Con i termini attuali si prescrivono circa 140.000 processi l’anno in particolare quelli relativi ai reati dei colletti bianchi e di tutti coloro che possono far ricorso a avvocati specializzati in pratiche dilatorie.

Per quanto riguarda la corruzione, va introdotta la figura dell’agente provocatore, e vanno introdotte tutele adeguate per i whisteleblowers.

La tracciabilità dei pagamenti è essenziale per il contrasto a molteplici reati dalla corruzione al riciclaggio, il limite per l’usa del contante va quindi portato a 500 euro. 

Il regime del carcere duro per i mafiosi non va mitigato, e vanno tutelati i testimoni di giustizia nei processi di mafia.

 

Scuola, istruzione, ricerca

Le deficienze del sistema scolastico e universitario rappresentano un grave handicap per il Paese.

E’ insufficiente ed errato l’approccio finora seguito caratterizzato da: valutazione – autonomia – poteri del Preside – politica del personale – competenze scolastiche. A questo approccio burocratico-amministrativo va contrapposta una visione per cui la riforma della scuola è un problema culturale con al centro l’innovazione didattica.

Il modello di riforma seguito finora implica un aumento delle diseguaglianze nei livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e delle città, il contrario di ciò che sarebbe necessario.

Per la scuola italiana è necessaria una modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una migliore qualità dei docenti e investimenti per ridurre le distanze tra scuole di migliore qualità e le altre.

Oggi molte famiglie tendono a preferire scuole private che forniscono migliori servizi (lingue, attività sportive…) a quelle pubbliche. Bisogna invertire queste tendenze.

L’autonomia di scuole e Università non può divenire un dogma. Il ricorso a criteri di mercato per la ripartizione dei fondi rischia di penalizzare pesantemente gli atenei meridionali senza fungere da incentivo.

La distribuzione dei fondi deve avvenire anche sulla base della verifica dei risultati di una programmazione dello sviluppo del singolo Ateneo (o istituto scolastico).

Per la ricerca occorre trovare un equilibrio consapevole tra la partecipazione a grandi progetti internazionali e l’investimento delle risorse in programmi ed esigenze concrete e specifiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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