Aumento bonus Renzi accentua processo di disarticolazione dell'Irpef

Gennaio 2020

 

Di Vincenzo Visco

La riduzione del cuneo fiscale che il Governo si accinge a varare consiste in un intervento sull'Irpef per i soli lavoratori dipendenti che in sostanza rappresenta un'integrazione ed estensione del bonus Renzi degli 80 euro, che viene elevato a 100 euro per i redditi tra gli 8.000 (circa) e i 28.000 euro, si riduce gradualmente fino a raggiungere gli 80 euro in corrispondenza di un reddito di 35.000 euro, per poi decrescere fino ad annullarsi a 40.000 euro. L'intervento di sgravio quindi viene esteso a comprendere, sia pure in modo contenuto, anche le classi medie (da 20.000 a 40.000 euro) che in realtà sono quelle più penalizzate dall'attuale struttura dell'imposta. Non è chiaro in che misura l'intervento avverrà in forma di erogazione diretta o di aumento delle detrazioni. La manovra è costosa: oltre 6 miliardi a regime che, sommati ai 9 miliardi del primo bonus portano il costo complessivo a 15miliardi.I limiti dell'intervento sono gli stessi del bonus Renzi e che sono stati oggetto di critiche piuttosto generalizzate e condivise.

 
Prosegue e viene accentuato il processo di disarticolazione dell'Irpef: un intervento (diretto o indiretto) sull'imposta a favore di un'unica categoria di contribuenti non si giustifica in termini di logica del sistema e di equità orizzontale e verticale tra contribuenti con lo stesso reddito. I redditi molto bassi (inferiori a 8.000 euro) sono penalizzati rispetto a quelli superiori; le aliquote marginali effettive diventano erratiche con forti sbalzi tra livelli di reddito contigui; inoltre la manovra crea implicitamente due nuovi scaglioni. In sostanza si tratta di un intervento atteso, utile politicamente e che in qualche modo fa recuperare ai lavoratori dipendenti il terreno perduto in seguito all'improvvido intervento di forfettizzazione dei redditi di lavoro autonomo deciso lo scorso anno. Tuttavia la logica dell'imposta subisce un ulteriore colpo e diventa ancora più complicato ipotizzare un futuro intervento di razionalizzazione e riforma su cui pure il Governo risulta impegnato.
 
Gli interventi di riforma di cui necessiterebbe la nostra imposta sul reddito sono importanti, noti ed ampiamente discussi: tutti i redditi di qualsiasi fonte (lavoro dipendente, autonomo, pensione) dovrebbero essere trattati nello stesso modo per quanto riguarda aliquote e base imponibile (salvo interventi differenziati per alcune detrazioni). Sarebbe necessario evitare salti di aliquote, e a questo proposito da molti anni personalmente propongo di utilizzare per il calcolo dell'imposta una funzione matematica continua (come in Germania) che determini le aliquote medie per ogni livello di reddito superando la logica degli scaglioni; questo approccio è stato recentemente sostenuto dalla sottosegretaria Guerra, ed è condiviso da un numero crescente di esperti (come dimostra un recentissimo articolo di Longobardi, Pollastri e Zanardi). Il gettito dell'imposta è eccessivo ed andrebbe ridotto, e perciò è decisivo un intervento incisivo e costante contro l'evasione di massa che caratterizza il nostro sistema, e gli sgravi dovrebbero riguardare soprattutto le classi medie di reddito, mentre per i redditi molto alti non andrebbe escluso il ricorso ad aliquote lievemente più elevate.
 
Le spese fiscali andrebbero radicalmente ridotte per allargare la base imponibile e rendere la tassazione più omogenea ed equa. Gli interventi a favore delle famiglie (detrazioni fiscali e assegni familiari) dovrebbero essere unificati in un unico strumento esteso a tutti i contribuenti. Infine, andrebbe risolto in modo razionale il problema più importante, quello della tassazione dei redditi di capitale attualmente esclusi dalla progressività e tassati in modo estemporaneo. Il sistema fiscale e le singole imposte devono rispondere ad una logica economica coerente, il che oggi non avviene, e il nuovo intervento non migliora certo la situazione. Ma nessuna imposta può sopravvivere se sottoposta a traumi e stress continui e di segno opposto. Speriamo su interventi futuri, peraltro resi molto difficili dalla carenza di risorse disponibili.

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