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"Federalismo a patto che". Da "Europa" del 17.2.2009

Febbraio 2009

di Linda Lanzillotta

 

Federalismo a patto che
di Linda Lanzillotta
(Da “Europa” del 17 febbraio 2009)
 È vero: il disegno di legge sul federalismo fiscale è molto migliorato rispetto al testo originario.
Il modello lombardo ( che tuttavia, dobbiamo ricordarlo, non aveva alcuna possibilità di superare un vaglio di costituzionalità e dunque era da considerare pura propaganda elettorale) è stato abbandonato.
Ma basta questo per accettare un testo che presenta ancora sostanziali problemi di impostazione (come ha osservato e ampiamente argomentato Enzo Visco sul Sole 24 Ore di sabato scorso)? Un testo che rimane completamente avulso da una visione condivisa di un nuovo assetto costituzionale coerente con il mutamento federalista; un testo che, nonostante i reiterati annunci del governo, non è collegato ad un disegno di riorganizzazione dei poteri locali e dei modelli di gestione dei servizi locali che renda credibile e concretamente perseguibile la finalità originaria della riforma del Titolo V, quella cioè di realizzare un grande progetto di modernizzazione e di riqualificazione delle pubbliche amministrazioni italiane.  Possiamo accettare di passare sopra a tutto questo solo perché alcune regioni ce lo chiedono o per inseguire la Lega in un progetto che, in ragione dei limiti sopra ricordati, non è più il nostro progetto, quello cioè capace di legare autonomia e unità nazionale, eguaglianza dei diritti ed efficienza dell’azione amministrativa e della spesa pubblica? Abbiamo già fatto questo errore nel 2001 quando, cedendo alle pressioni trasversali che venivano dalle regioni, a un passo dallo spirare della legislatura, abbiamo acceduto all’idea (che ora non senza ragione ci viene regolarmente rinfacciata) di approvare senza la maggioranza dei due terzi una importante riforma della Costituzione, una riforma che, anche in quel caso, avrebbe avuto bisogno di una più attenta riflessione e di una assai migliore scrittura.
Le audizioni svolte la settimana scorsa dalle commissioni Bilancio e Finanze della camera, hanno confermato tutte le criticità intrinseche al provvedimento approvato dal senato: la sostanziale irresponsabilità fiscale connaturata ad un sistema prevalentemente centrato sulle compartecipazioni piuttosto che sui tributi propri, le distorsioni fiscali, finanziarie e amministrative derivanti da una sorta di regionalizzazione dell’Irpef, la difficoltà (che rasenta la velleitarietà) di costruire un sistema di costi standard relativo al complesso delle funzioni amministrative dei comuni, operazione che comporterebbe l’utilizzo di un numero spropositato di variabili, il permanere di ingiustificate situazioni di privilegio per le regioni a statuto speciale per le quali non si tratta tanto di partecipare benevolmente al fondo di solidarietà ma piuttosto di affermare che una volta superata la “specialità” delle loro funzioni – ormai pressocchè pari a quelle delle regioni ordinarie – le risorse fiscali loro attribuite vanno commisurate al costo delle medesime e non può sopravvivere per le speciali una sorta di federalismo “alla lombarda”,cioè quello che abbiamo giustamente tacciato di palese incostituzionalità.
E infine la sostanziale assenza di un reale collegamento tra federalismo fiscale e processo di riduzione, contenimento, semplificazione organizzativa e funzionale cui regioni ed enti locali tendono a sottrarsi e che, invece, è parte essenziale del disegno del Titolo V; questione a mio avviso irrinunciabile se non vogliamo che il federalismo fiscale, cristallizzando le inefficienze dell’assetto attuale del sistema delle autonomie, si risolva puramente e semplicemente in un modo per consentire ad alcuni di tenersi una quota più alta del gettito prodotto nei rispettivi territori e lasci tutto il resto come prima con l’effetto inevitabile di fare aumentare la spesa pubblica complessiva e, di conseguenza, la pressione fiscale.
Ma sopratttutto nel corso delle audizioni svolte alla Camera nessuno è stato in grado di spiegare come questa operazione sia compatibile con la prospettiva – ormai certificata da tutte le istituzioni internazionali – di una riduzione del Pil nominale che, almeno per il prossimo biennio, si tradurrà in una altrettanto radicale riduzione del gettito fiscale. Ovviamente la crisi e la recessione colpiranno più duramente i territori del Mezzogiorno; ma proprio a questi noi dovremmo chiedere, nello stesso momento, di procedere ad una radicale ristrutturazione della spesa pubblica, operazione che se – e ne siamo tutti convinti – nel medio termine può innescare un processo virtuoso, nel breve periodo determina innegabilmente sensibili contraccolpi economici e sociali. E poiché questo effetto non sarà sostenibile sul piano sociale e politico l’attuazione del federalismo, come osserva Visco, non potrà che determinare un aumento sensibile della spesa diretta al Mezzogiorno per elevare il livello dei servizi fino al raggiungimento dello standard medio delle altre regioni senza però intaccare la spesa storica. Nessuna delle due ipotesi pare sostenibile nel prossimo triennio.
E allora? È possibile nasconderci tutto questo in nome di una superiore ragion politica o di una valutazione tattica? O non dobbiamo invece porli questi problemi, in modo responsabile, indicando le nostre condizioni mai strumentali o pretestuose ma concrete, serie, puntuali? E le condizioni a mio avviso sono quattro: l’esigenza di condividere alcune modifiche costituzionali non più rinviabili in uno stato tendenzialmente federale (bozza Violante, per intendersi); la contestualità tra federalismo fiscale e attuazione delle altre parti del Titolo V ( in particolare dell’articolo 118 con un radicale alleggerimento delle amministrazioni sul territorio), la revisione di alcuni punti chiave del testo varato dal senato e, infine, ma forse innanzi tutto, una chiara esplicitazione delle implicazioni che la crisi economica ha sull’attuazione del federalismo fiscale (un’operazione realisticamente sostenibile solo in una fase del ciclo economico nuovamente orientata alla crescita). Io credo che solo la consapevolezza dei problemi aiuta a superarli davvero. Fare finta che non esistano può consentire alla Lega di sbandierare nei prossimi mesi la sua vittoria ma non aiuterà a realizzare davvero il federalismo fiscale che anzi rischierebbe di essere un’altra riforma mancata. Non credo che l’Italia possa permetterselo.
 

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